Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure... art.21 della Costituzione Italiana

sabato 5 marzo 2011

La giustizia è una cosa seria

"Minare il principio di autorità del potere giudiziario, la terza gamba indispensabile per reggere un tavolo che su due soltanto, il Governo e il Parlamento, non si reggerebbe, significa danneggiare tutti[...] La giustizia è il ramo sul quale sta seduta una società, segarlo non conviene alla società nel suo insieme[...] Distruggere la sacralità della procedura, delle persone che la rappresentano, delle decisioni che ne vengono[...] diseduca una nazione." Dalla prefazione di Vittorio Zucconi

Dopo poco più che un anno dalla pubblicazione de La Malapianta (Nicola Gratteri - Antonio Nicaso, Mondadori, ed. Strade Blu, 2010), Nicola Gratteri, procuratore aggiunto presso la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, e Antonio Nicaso, studioso tra i massimi esperti mondiali di 'ndrangheta, hanno messo per iscritto e pubblicato una nuova conversazione-intervista molto interessante, La giustizia è una cosa seria. Mentre con La Malapianta si è cercato di raccontare e denunciare la mafia più forte del mondo attraverso la lotta portata avanti da Nicola Gratteri, con questa nuova pubblicazione l'attenzione (che anche qui, come nella precedente, vuole essere denuncia) viene portata sul sistema giudiziario italiano: non a caso il libro, dopo la bella prefazione, piena di attualissime riflessioni, di Vittorio Zucconi, si apre con il capitolo La giustizia.
Non essendo persona a cui piace divagare, alle domande di Nicaso Gratteri risponde andando subito al nocciolo della questione, spiegando sin da subito le misure da adottate per migliorare l'apparato normativo e per modernizzare l'aspetto burocratico della giustizia, che ne rallenta il corso e ne aumenta il costo per i cittadini. Ciò che maggiormente gli preme spiegare, tra le varie possibili misure adottabili contro le mafie, è che se non si rende sconveniente (principalmente aumentando le pene) far parte di un'organizzazione criminale, la guerra è persa in partenza.
Andando oltre, sono i temi dell'attualità politico-giudiziaria ad essere discussi: dal Processo breve al taglio del numero dei tribunali, dal Lodo Alfano allo scontro tra poteri dello Stato, fino alla Legge bavaglio e all'importanza delle intercettazioni. Sono temi che riempiono le pagine dei nostri quotidiani da mesi ormai e, grazie a questo nuovo libro, possiamo conoscere il punto di vista di una persona informata e competente, alla quale non è possibile dare un'etichetta, dipingerla di destra o di sinistra e relativizzarne, quindi, le conclusioni. Nicola Gratteri, come ognuno di noi deve fare, mette l'interesse generale al primo posto, mentre la 'ndrangheta non fa che il suo interesse, perciò va combattuta: chi meglio di lui può dire come? Ecco la necessità di questo libro: perché si discute di diversi provvedimenti per riformare la giustizia senza mai parlare di aggiornare e migliorare la legislazione antimafia? Si parla di altro, quasi fosse l'ultimo dei problemi. Lo sfogo di Gratteri è tanto crudo e sincero quanto desolante:"Non ho perso la voglia di combattere, in un paese che sembra temere i cento disperati che sbarcano a nuoto a Lampedusa più dei numerosi mafiosi, 'ndranghetisti che, in alcuni casi, hanno rapporti con la politica oppure gestiscono affari dalle tante poltrone degli enti territoriali."
Oltre a denunciare questo stato di cose, l'intervista prosegue parlando di 'ndrangheta: ecco quindi il secondo capitolo, Cupole e sangue, dove l'attenzione si focaliza sul rapporto tra chiesa e mafie, sacralità e violenza. Non sono poche le riflessioni che questo capitolo invita a fare, prima tra tutte la possibilità di negare i sacramenti e scomunicare i malavitosi: potrebbe mutare la natura di queste associazioni criminali? E' possibile, sarebbe, a detta di Gratteri, un bel passo avanti.
Dopo l'analisi del nesso sacralità-violenza, che regge anche la 'ndrangheta, la discussione si incentra sulle cause della sua ricchezza e potenza: in una parola, la droga. Vengono messi in rilievo (capitolo 3, La droga) i numeri del traffico di cocaina ed eroina, i legami con la Colombia, con i cartelli messicani e quindi l'enorme quantità di denaro che se ne ricava. Denaro che viene investito principalmente nel nord Italia ed in Europa (capitolo 4, Da Rosarno a Milano). La discussione cerca di contestualizzare il problema mafioso nella situazione di crisi economica e rende palese come un'infinita liquidità di denaro renda in nord Italia economicamente succube delle mafie. Di conseguenza, sul piano politico (capitolo 5, Il potere) la forza economica delle mafie esercita una grande influenza in tutte le regioni, dalla Liguria al Veneto: Gratteri fa notare come, nonostante il raggio d'azione della 'ndrangheta si sia ampliato, la testa rimanga ancorata alle radici calabresi del fenomeno, nello specifico aspromontane.
A chiudere il libro è il capitolo dal titolo La speranza. Non potrebbe essere più corretto concludere con la speranza di vedere molti cittadini consapevoli dei propri diritti, invece di prenderli come fossero favori concessi loro; con la speranza che la scuola aiuti a sviluppare un senso critico, a ragionare, dato che le mafie si nutrono dell'ignoranza altrui; con la speranza di una maggiore coesione tra i poteri dello Stato che, se unito, combatterà meglio ogni associazione criminale.
Il grande vantaggio della 'ndrangheta è che ha saputo far parlare poco di sè, perchè sa che i riflettori ne comprometterebbero gli affari e, quindi, il futuro. Sulla mafia siciliana e sulla camorra si sono fatti film e libri di successo, sono state messe al centro dell'attenzione mediatica e, perciò, indebolite.
La 'ndrangheta, se lasciata sola nel silenzio delle proprie attività, non verrà mai e poi mai marginalizzata, anzi. Questa è in sintesi la speranza di Gratteri: che la politica fornisca i mezzi adatti a migliorare la risposta dello Stato alle mafie e che la società civile ne parli. Questa conversazione-intervista è un'ottimo punto di partenza per parlarne.

sabato 26 febbraio 2011

Vicenda Wikileaks e futuro del giornalismo

Nota introduttiva: quanto segue non è che la mia traduzione di una esemplare sintesi giornalistica fatta da Joseba Elola, giornalista de El Paìs, di un dibattito sull'impatto delle rivelazioni di Wikileaks ed il futuro del giornalismo, tenutosi a Madrid, al Museo Reina Sofia, mercoledì 23 febbraio 2011, tra i direttori delle cinque testate giornalistiche che hanno diffuso i documenti segreti del Dipartimento di Stato statunitense, ovvero: Javier Moreno, El Paìs; Bill Keller, The New York Times; Sylvie Kauffmann, Le Monde; Alan Rusbridger, The Guardian; George Mascolo, Der Spiegel. ( articolo originale - video del dibattito)

La trasparenza non può essere totale. I mezzi di comunicazione devono intervenire nella scelta di ciò che va pubblicato per non mettere in rischio, tra le altre cose, vite umane. Questo è uno dei punti sui quali hanno convenuto ieri (23/02, ndr) i cinque direttori della coalizione informativa costituitasi all'inizio della pubblicazione dei files del Dipartimento di Stato statunitense. Quella di ieri è stata una serata di gran dibattito riguardo tutto quello che ha comportato la pubblicazione dei cables di Wikileaks, con un auditorium affollato di giovani che sembrano aver ripreso il loro interesse per i cosiddetti mezzi di comunicazione tradizionali.
Ad aprire il dibattito Javier Moreno, direttore de El Paìs, dicendo senza giri di parole: "Le rivelazioni di Wikileaks sono il più grande avvenimento giornalistico degli ultimi anni". Alla domanda se siamo, o meno, entrati in una nuova era, Bill Keller, direttore del The New York Times, ha risposto che “Wikileaks non ha inventato una nuova era nel giornalismo; è invece più un sintomo di quello che sta avvenendo in rete negli ultimi anni”. Sylvie Kauffmann, direttrice della redazione di Le Monde, per illustrare l'importanza che ha avuto la circolazione delle notizie ha raccontato una storia: era una giovane studente a Bilbao quando la Spagna affrontava i suoi primi passi per uscire dalla lunga dittatura franchista. Vide in quei giorni la nascita di un nuovo giornale, El Paìs: “Mi resi conto dell'enorme ruolo che svolge la stampa in una democrazia: fu allora che decisi di voler diventare giornalista”. Secondo la Kauffmann, l'apparizione di Wikileaks è un nuovo esempio di quel vincolo cruciale tra stampa e democrazia:” Il cablegate non ha mutato le fondamenta del giornalismo, ma ha contribuito molto al nostro sforzo per una maggiore trasparenza”.
La trasparenza è stata, di fatto, uno dei punti chiave del dibattito. Moreno(EP) ha ricordato le pressioni che El Paìs ha ricevuto in Spagna perchè si pubblicassero tutti i cables nella loro integrità. Qualcosa di molto differente da quello che invece è capitato a Bill Keller (TNYT), al quale l'opinione pubblica chiedeva risposte sul perchè venissero rese pubbliche informazioni di carattere segreto. Alan Rusbridger (The Guardian), mediando tra le due situazioni, ha affermato che non si possono mettere in pericolo le vite di persone completamente innocenti. Inoltre ha ricordato un episodio nel quale le cinque testate giornalistiche hanno dovuto mettere in gioco la propria indipendenza nello scontro con l'amministrazione statunitense: le autorità non volevano si pubblicassero determinate informazioni riguardo lo Yemen, perché sostenevano che mettessero in pericolo un alleato nella lotta al terrorismo. Il The New York Times fu incaricato di informarsi, su questo tema, dell'opinione del Governo Obama, un procedimento abituale quando un quotidiano è intenzionato a pubblicare informazioni di carattere confidenziale. “Consultammo la Casa Bianca e prendemmo le nostre decisioni”, ha spiegato Bill Keller (TNYT). I problemi dell'Amministrazione statunitense non furono tenuti in considerazione. A questo Rusbidger (TG) ha aggiunto: “Prendemmo molto seriamente in considerazione quello che ci dissero: pubblicammo comunque. Credo che il tempo ha rivelato la correttezza della scelta”. In Francia il rifiuto iniziale alla pubblicazione dei files svanì dopo la prima settimana. In Germania la migliore reazione fu, a detta di Georg Mascolo, direttore di Der Spiegel, quella dell'ambasciatore statunitense a Berlino: disse che era molto furioso, ma non con i mezzi di comunicazione, bensì con Wikileaks e con gli USA per non aver ben protetto il materiale.
Si è spesso toccato l'argomento Julian Assange: i direttori sono stati d'accordo nell'affermare che sarebbe grave che le autorità statunitensi perseguitassero il fondatore di Wikileaks per aver diffuso segreti ufficiali. “Con quello che sta succedendo nel mondo – riferendosi al clamore per la libertà d'espressione che si sta vivendo in buona parte del mondo arabo – come potrebbero occuparsi di processare Assange?” ha concluso Rusbridger (TG).
Il confronto si è concluso con un'analisi sul futuro del giornalismo. “C'è futuro,” ha affermato Keller (TNYT), “l'unica industria che chiude quotidiani è l'industria giornalistica (ironico); il futuro è online!”. Kauffmann (LM) ha specificato: “C'è futuro per il giornalismo, per la carta stampata è un altro discorso”. L'intervento di Mascolo (DS) ha ottenuto l'ovazione dell'affollato auditorium: dopo aver detto che Der Spiegel on line è gratis e che per una copia cartacea si spendono quattro euro si è chiesto per quale motivo debbano guadagnare meno di quello che vale un caffèllatte macchiato da Starbucks: “Mandare giornalisti per il mondo è costoso. La nostra rivista lo è poco: perché si abbia un'eccellente giornalismo è necessario che la gente paghi”, chiudendo alla possibilità di fare un buon giornalismo gratis. In chiusura, Alan Rusbridger (TG) ha fatto una convinta difesa a favore della gratuità dei mezzi di comunicazione in rete: “Più gente ti legge, più potere e influenza eserciti. Quanto più stai nel cuore del nuovo ecosistema, più influenza avrai nel mondo. Spero che questo punto di vista ispiri i giovani giornalisti”.

Nota conclusiva: seguo spesso la stampa straniera e mi sono ritrovato a seguire questo dibattito quasi per caso. Data l'importanza di tale evento ero ben convinto che la stampa italiana, nonostante tutte le notizie dal mondo arabo e dai temi di politica interna, trovasse un piccolo spazio da dedicare ad un dibattito così interessante. Così non è stato, almeno per quanto ho avuto modo di controllare nelle varie testate giornalistiche. Credo sia fondamentale per coloro che si interessano di giornalismo conoscere i punti di questo dibattito, è in questo senso che spero di aver fatto cosa utile pubblicizzandolo.

mercoledì 23 febbraio 2011

Le loro speranze miglioreranno il mondo

Siamo in un periodo complicato, più del solito, per le popolazioni del nord Africa. I presidenti di Tunisia ed Egitto sono già stati destituiti, Gheddafi trema. Non è dei motivi che hanno comportato tali rivolte che qui voglio parlare, riassumibili per lo più a due: fame e ricambio generazionale che porta con sé il desiderio di più diritti e di condizioni migliori per la popolazione.
Vorrei spostare l'attenzione sulle reazioni e sui punti di vista delle classi politiche europee ed internazionali, ma, più nel particolare, sul rapporto tra Governo italiano e Gheddafi. Per quanto riguarda la comunità internazionale la condanna per quello che sta accadendo in Libia è unanime nella convinzione che la violenza usata contro la popolazione debba terminare quanto prima. Le dichiarazioni al riguardo del Governo italiano si sono fatte decisamente attendere e, con imperdonabile ritardo, si sono allineate a quelle della comunità internazionale. Che tale ritardo sia dovuto al particolare rapporto che lega Italia e Libia è verosimile, ma questo articolo non vuole porre l'attenzione su questo ritardo, bensì sulle conseguenze che le relazioni tra Gheddafi e il Governo Berlusconi comportano: questioni economiche (gas) prima di ogni altra cosa e immigrazione verso l'Italia. Adesso che le tensioni sociali in Libia trovano naturale sbocco nella ribellione e a questa si risponde con le armi il Governo italiano teme "l'arrivo di 300 mila immigrati verso l'Italia". Ecco il punto di questa riflessione: non è forse questa una conseguenza della cecità politica con cui si è andati avanti in questi anni?, cecità che ha portato a tale malessere che per noi diventa problema solo adesso che si avvicina a nuoto a Lampedusa? Certo!, perché, se lontane, le cose non ci riguardano.
Il governo italiano rivendica ottimi rapporti con Gheddafi, col quale, proprio un anno fa, si è controfirmato un trattato per la regolazione dei flussi migratori dall'Africa all'Europa: le conseguenze?, leggete (attenzione al video!), prendete coscienza e diffondete! Il bello è che il Governo italiano è fiero, orgoglioso, per aver diminuito gli sbarchi sulle nostre coste...ma si rendono conto delle conseguenze?, han mai visto quel video? A conferma che, se una cosa è lontana non ci riguarda, mentre, se vicina, si fanno crociate bigotte per salvare la vita (quella sì) di Eluana Englaro solo per qualche voto cattolico in più: non vi viene da vomitare?
La politica italiana è corresponsabile di quanto accade laggiù, ma la comunità internazionale non è certo immacolata, perché con i dittatori che oggi definisce assassini ha sempre fatto affari.
L'Africa emigra perché si ribella e si ribella perché costretta a poco, mentre pochi han troppo. Le popolazioni povere siano il nostro nuovo interlocutore, migliorando le loro condizioni, e l'emigrazione loro da quei luoghi sarà solo un ricordo: basta ad un destino scritto da altri!, sia ribellione pura! Autodeterminazione.

lunedì 8 novembre 2010

L'informazione in Italia

Parlando di informazione bisogna tener presente il concetto che ne è alla base: un sistema in cui qualcuno da una notizia e un altro, attraverso un medium (TV, giornali, radio, blog, etc.), la riceve.
Caliamo adesso questo sistema nella società italiana contemporanea partendo da un dato essenziale: circa i due terzi (65%) degli italiani si informa mediante la TV, ovvero con i telegiornali (Censis, 2009). Ne segue che la loro qualità ha un peso determinante nell’orientare l’opinione pubblica riguardo ciò che accade e, di conseguenza, dovrebbero avere il categorico imperativo di non essere di parte ma il più possibile obbiettivi.
Ma l’informazione in Italia è ancora ben lontana da questa realtà, soprattutto per il peso e l’influenza che la politica possiede in questo settore. Non è difficile constatare come nel nostro paese ogni schieramento politico abbia il suo TG di riferimento: prendendo in esame i TG con più alto ascolto, notiamo che TG1, TG5 e TG4 sono filogovernativi (centro-destra), mentre TG3 e TGLa7, essendo più critici, sono considerati di centro-sinistra. Questo può portare a far credere che non i fatti bensì le opinioni su quei fatti siano la notizia: attenzione!, è su questo punto cruciale del giornalismo contemporaneo che si gioca la qualità della nostra democrazia! I TG stanno diventando la cassa di risonanza delle segreterie politiche che rilasciano continuamente dichiarazioni e opinioni… ma quando si parlerà di fatti!? Ecco, l’informazione in Italia è caratterizzata dalla scomparsa dei fatti; tutti i media sono pronti a riferire dichiarazioni che riempiono l’opinione pubblica solo di parole!
Questa è solo una parte della medaglia certo, dall’altra c’è chi riceve le notizie. Ma non c’è molto di che essere ottimisti neanche qui: non si ha senso critico, ognuno guarda il TG che gli piace e su quanto quel TG lo informa non si pone domande, manda giù, assorbe e consolida le sue opinioni politiche (ecco la funzione sociale dei media subordinati alla politica): quando Noam Chomsky definì i mass media “la fabbrica del consenso” aveva i suoi buoni motivi.
Tutto ciò riguarda la maggior parte degli italiani; c’è di che essere ottimisti solo guardando alle nuove generazioni, le quali trovano in Internet, nella rete il nuovo medium per andare alla ricerca di quelle notizie che i media tradizionali non danno e per svelare spesso le falsità che le fabbriche del consenso ci passano in rassegna: il risultato di un mio sondaggio effettuato su 20 persone di età inferiore ai 25 anni e di varia estrazione sociale è il fatto che per informarsi su fatti di cronaca, politica e costume più della metà (55%) utilizza principalmente la rete, mentre il 30% dichiara di variare tra internet, tv e giornali cartacei; una persona su dieci preferisce i periodici mentre una su venti utilizza unicamente la TV; resta da notare comunque come chi ha dichiarato di informarsi anche tramite la TV utilizzi non solo media nazionali, bensì anche emittenti europee, BBC su tutti, confermando, credo, l'esistenza di una maggiore attenzione verso ciò che ci viene raccontato.
Certo è che pur cambiando il medium tra chi informa e chi viene informato l’elemento essenziale che determina la qualità di una democrazia è lo spirito critico che nasce da una forte coscienza dell’importanza della convivenza pacifica per lo sviluppo socio-culturale umano.

martedì 11 maggio 2010

Cinisi, 09/05/2010: lotta alla mafia prima di tutto

Partiamo da due persone che giocano il proprio ruolo in momenti e con mezzi diversi, ma con un unico sfondo, la Sicilia: Giuseppe Impastato (Cinisi 05/01/1948 – Cinisi 09/05/1978) e Paolo Borsellino (Palermo 19/01/1940 – Palermo 19/07/1992). Il primo è nato in una famiglia mafiosa e, unico nel suo genere, rompe con il padre mafioso per dedicarsi all’azione antimafia. Il secondo è un magistrato che si è speso molto per la stessa causa, fino alla morte. C’è, tra le loro esperienze, la condivisione di una lotta comune anche se in ambiti e con modalità diverse.
La loro lotta alla mafia dovrebbe far notizia già da sé, questi personaggi e le loro storie dovrebbero essere conosciuti da chiunque. A questo bisogna aggiungere un particolare che deve far risaltare ancora di più l’evento di cui stiamo per parlare: Giuseppe (Peppino) Impastato era di forti convinzioni politiche che guardavano a sinistra del PCI, militò in Lotta Continua e Democrazia Proletaria; Paolo Borsellino, invece, era tesserato nell’MSI, Movimento sociale italiano, fortemente caratterizzato da idee politiche di destra.
Ebbene, a Cinisi (Palermo), nella data del 32simo anniversario dell’uccisione di Peppino (09/05/1978) da parte della mafia, si è svolta una manifestazione, promossa dal Centro Siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato”: un corteo partito da Terrasini, dalla sede di Radio Aut ( da dove Peppino conduceva assieme ad altri compagni la trasmissione di controinformazione “Onda Pazza”), fino a piazza Vittorio Emanuele Orlando di Cinisi, passando per Casa Memoria, dove visse da bambino, e per la casa (adesso confiscata) di Gaetano Badalamenti, il boss mandante della sua uccisione. Questa giornata ha visto Il Movimento delle Agende Rosse, il quale chiede definitiva giustizia sui lati oscuri dell’uccisione di Paolo Borsellino, sfilare e manifestare assieme a tutti gli altri movimenti e partiti, evidenziando che le ideologie, anche se opposte, di due personaggi così importanti come Peppino e Paolo non precludono il dialogo, ma anzi ne valorizzano la produttività in chi ne continua le lotte.
Non c’è una legalità di destra e una di sinistra quindi, ma c’è stato un unico fronte a gridare forte una memorabile frase di Peppino: “La mafia è una montagna di merda!”, un unico fronte nel combattere il fenomeno mafioso! Un giorno di festa insomma che mostra come esperienze (le lotte di Peppino e Paolo) con idee politiche diverse e, a volte, opposte, possano convergere sui temi fondamentali che regolano la civile convivenza: in altre parole, la società civile è più dinamica e mentalmente aperta di quanto la classe politica di oggi dimostra di esserlo, che invece di dare l’esempio del dialogo, litiga su tutto.
Se le lotte di Peppino erano di carattere giornalistico-sociale e quelle di Paolo avevano un carattere legale-istituzionale, i valori che hanno portato migliaia di persone domenica 09/05/2010 a Cinisi erano quelli di una totale lotta per la legalità, che non può prescindere dalla conoscenza di queste storie così importanti per la coscienza civica di ognuno di noi e che si fonda su queste personalità che hanno deciso di combattere per quella terra dove erano nati, per renderla migliore, a costo della vita. Ma mai come l’altro ieri entrambi erano vivi, perché vive, in noi che manifestavamo, erano le loro idee, che ci hanno indicato la strada giusta perché ,tramite noi, si porti avanti la loro lotta. Freedom Pentimalli

Infine vi propongo una piccola intervista a Salvatore Borsellino, fratello di Paolo e anima del Movimento delle Agende Rosse, il quale indica nell'amore verso la propria terra il punto fondamentale di contatto tra Paolo e Peppino.

venerdì 26 marzo 2010

Realtà e stereotipi

A Roma, presso l’Accademia di Romania di Valle Giulia, è stato presentato, giovedì 25 marzo, il volume “I romeni in Italia tra rifiuto ed accoglienza”. Di cosa si tratta?! Questo lavoro, voluto dalle Caritas italiana e rumena, ripercorre la storia del rapporto tra Italia e Romania, cercando di riflettere sul ruolo che i romeni possono avere nella costruzione di un’Italia multiculturale, partendo da dati di fatto.
Secondo i calcoli del Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes, i romeni residenti in Italia accertati superano il milione (1.100.000 persone): dal 2003, anno in cui, a seguito della regolarizzazione Bossi-Fini, si contavano 240 mila soggiornanti, i romeni sono fortemente aumentati, rappresentano attualmente la prima collettività straniera in Italia (ovvero, il 24,5%) e incidono per un quarto anche nella forza lavoro immigrata.
Favoriti dall’essere cittadini dell’Unione Europea dal 1 gennaio 2007, hanno avuto 175 mila contratti di lavoro solo nel 2008, corrispondenti al 40% dei nuovi contratti di cui ha beneficiato l’intera popolazione immigrata. Pertanto, assicurano un notevole contributo in termini di pagamento dei contributi previdenziali e delle tasse che si stima, rispettivamente, attorno a 1,7 miliardi di euro e 1 miliardo di euro.
Un volume zeppo di dati come è facile notare. Ma non riguardano solo il punto di vista economico della questione, anzi. Quello che deve far riflettere è il risvolto sociale, e per altri versi culturale, che altri dati ci forniscono: le denunce nei confronti dei romeni dal 2005 al 2008 sono aumentate del 32,5%, ovvero dalle 31.465 del 2005 alle 41.708 del 2008; ma allo stesso tempo, i residenti romeni nel nostro territorio, nel periodo indicato, sono aumentati del 267%. Ne è lampante conseguenza che chi equipara l’aumento dei romeni all’aumento della criminalità è categoricamente smentito dai dati. Non solo, ad essere denunciati sono il 3,5% di tutti i residenti e ne consegue che il 96,5% dei romeni in Italia non è qui per delinquere: non mi sembra dato da poco.
Ma purtroppo in Italia si fa presto a criminalizzare un popolo intero (ecco il risvolto culturale). A causa di omicidi che hanno colpito profondamente la nostra opinione pubblica, come quello di Giovanna Reggiani nel 2007 e lo stupro della Caffarella nel 2008, entrambi a Roma, nella nostra società non si ha ancora una percezione positiva nei confronti dei romeni. Anzi, come sostiene Giorgio Alessandrini, responsabile dell’organismo nazionale di coordinamento delle politiche di integrazione sociale dei cittadini stranieri, ”la Presidenza della Camera ha presentato, nei giorni scorsi, una ricerca sui giovani italiani e la xenofobia: il 45% dei nostri giovani risulta essere tendenzialmente razzista e il 15% sarebbe rom-romeni-serbi fobico”.
Da uno stereotipo ad una realtà, sta in questo la forza dei dati. La metà degli italiani si riscoprono razzisti e i romeni gente che vuole lavorare. Vogliamo prenderne coscienza?
Freedom Pentimalli

Se non conosciamo il nostro passato...

«Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci... Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano... perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali». «Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare ... e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione».
Dalla relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Usa, Ottobre 1912.

A leggere questa testimonianza storica, quindi documentata, non sono certo poche le similitudini che chiunque scorgerebbe con la realtà sociale e politica italiana. A quanto pare cambiano gli attori, ma la storia si ripete!
Prima di entrare nel merito della questione, vorrei render chiaro il motivo che mi spinge a scrivere di questi argomenti e l’obbiettivo che mi prefiggo. Partiamo da quest’ultimo: so che “cambiare la mentalità delle persone” è tutt’altro che modesto, ma io ho venti anni e non lascio a nessuno l’opportunità di precludermi la pretesa, il sogno, di raggiungere i miei obiettivi; oltre a questo, il motivo per cui scrivo è perché sento molto vicina questa tematica.
Molti ragazzi e ragazze che conosco la pensano come me, intendo perciò portare a una riflessione tutte quelle persone, della mia età soprattutto, che hanno idee diverse, magari aprendo un dibattito serio.
Ritornando alla relazione, credo non ci sia bisogno di commentare, tanto evidenti sono gli argomenti che ci sbatte in faccia. Ebbene sì, quegli italiani erano proprio i nostri nonni e i loro padri; chi nel sud e nel nostro paese non ha lontani parenti in Argentina, negli Stati Uniti o in Australia? A inizio ’900 e durante il suo corso, gli italiani lasciarono la loro terra non per una vacanza, ma per la necessità di lavorare e mantenere la famiglia, magari rimasta in Italia: so bene di cosa parlo, mio nonno, il padre di mio padre, fu ben ventidue anni in Australia, non certo a godersi la vita… pensandoci, non posso non essere grato all’Australia, che, con la sua Politica di Integrazione, ha dato l’opportunità, la speranza a mio nonno di farcela; e, come a lui, a tantissime altre persone. Né io tantomeno molti miei coetanei esisteremmo senza quei sacrifici.
Chiediamoci oggi in Italia quale sia, anzi, se ci sia una Politica di Integrazione. L’ultima legge italiana che regola “l’integrazione” dei clandestini, ne definisce diritti e doveri, sapete come si chiama?! “Decreto Sicurezza”… cioè, si parte dall’assunto che un clandestino sia un delinquente, perché l’unico aspetto della loro vita che interessa i nostri lungimiranti politici è il loro lato “cattivo”, perché loro, i clandestini, “sono qui per bere, disturbare e rubare”; non si chiedono mai perché si sia arrivati ad una situazione del genere, pensano sia una questione di razza, “loro sono così per natura”, siamo noi i civili. Sarà forse il fatto che non si son fatte politiche per valorizzare al meglio questa opportunità di forza-lavoro e favorire lo sviluppo multiculturale che superi ogni ignoranza e pregiudizio?!
L’Italia è in buona parte egoista, vive nel suo benessere materiale e si occupa dei clandestini solo quando alterano questo stato di benessere, diventando quindi un “problema”, mai una risorsa. E nel suo egoismo ignorante l’Italia, che ha dimenticato il suo passato di popolazione emigrante, si chiede perché mai questi clandestini non se ne stanno a casa loro, dimostrandosi una popolazione fuori dalla storia, oltre che ignorante. Il cosiddetto “Occidente”, i paesi “civili e avanzati”, da secoli sfruttano le risorse ambientali dell’Africa, tanto per fare un esempio: le multinazionali estraggono petrolio e gas da quelle terre senza che le popolazioni locali, che da millenni vivono di quello che quella terra offre loro, ne traggano alcun profitto e quindi sviluppo. Non solo, quindi, rubiamo le loro risorse, ma pretendiamo che quelle popolazioni se ne restino lì a morire per la fame che causiamo… se non è egoismo questo!
Se vogliamo veramente capire il mondo in cui viviamo, cominciamo ad aprire qualche libro di storia, perché essere informati è l’unico modo per sviluppare un senso critico nei confronti del nostro modo di vivere e rapportarci con l’Altro da noi che, rivolgendomi a chi si dichiara credente in Dio, è un nostro fratello e meriterebbe rispetto e solidarietà, non i “Decreti Sicurezza” di Berlusconi.
Freedom Pentimalli

mercoledì 24 marzo 2010

La malapianta, Gratteri - Nicaso

“La struttura e l’evoluzione di Cosa Nostra siciliana è venuta alla luce attraverso anni di indagini e studi, da quanto è emerso dai maxiprocessi degli anni Ottanta e dalle rivelazioni di collaboratori e testimoni di giustizia. La Camorra napoletana è balzata alla notorietà grazie a best seller e cinematografia. Ma attorno alla ‘ndrangheta calabrese c’è sempre stata una fitta coltre di nebbia che ha senza dubbio aiutato questa organizzazione criminale a divenire, lontano e al riparo da schermi e rotocalchi, la mafia più potente, un fenomeno che continua a espandersi tra riti di iniziazione pervasi da una simbologia arcaica e potere economico ai massimi sistemi”.
(dalla Prefazione di Stefania Pellegrini, pag. 5)

Proprio l’intenzione di sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica italiana sta alla base di questo libro. Poiché finora la ‘ndrangheta ha suscitato scalpore solo quando ha organizzato ed eseguito omicidi (Fortugno e Duisburg sono solo i più recenti). Ma episodi come questi in un paese senza memoria, quale è l’Italia di oggi, lasciano, a lungo andare, il tempo che trovano. Eventi di tale rilevanza si ricordano, certo, ma è un puro atto di memoria: nessuno si è più chiesto il perché (“warum”, scritto in uno striscione a Duisburg dopo la strage) dell’accaduto, tantomeno il perché del silenzio mediatico che ne è seguito.
Fare luce su certe questioni e riportarle all’attenzione politica e sociale che meritano sono i compiti di cui si è fatto carico Nicola Gratteri, magistrato tra i più esposti alla lotta contro la ‘ndrangheta. Non che nessuno prima non avesse pubblicato libri, inchieste giornalistiche o altri lavori molto importanti sulla ‘ndrangheta, ma il problema è che questi sono sempre stati interesse di una ristretta cerchia di appassionati lettori e sono stati letti senza trarne le giuste conclusioni, senza voler prendere realmente coscienza di cosa sia questo fenomeno criminale, convinti che il problema non sia di interesse generale.
Questo si presenta, quindi, soprattutto come uno strumento di denuncia, ma non solo: raccontato nel rispetto di fonti storiche e documentazioni di atti giudiziari si fa una breve storia dell’origine di questo fenomeno e dei suoi primi passi, della sua affermazione passata e presente. Non intende certo essere esaustivo, ma dare le coordinate e fornire una minima bibliografia (tra le note) per chi fosse intenzionato ad approfondire le sue ricerche sull’argomento.
Nicola Gratteri non è nuovo al tema della ‘ndrangheta, la combatte da vent’anni: perché, quindi, scrivere questo libro proprio adesso? A riprova di quanto detto prima, questo lavoro è una denuncia del fatto che, oggi più che nel passato, lo Stato sta allentando la morsa nella lotta alle mafie. Ma a dirlo stavolta non è un Di Pietro o un De Magistris qualunque, datisi alla politica e quindi etichettati di faziosità, ma un magistrato che da venti anni lavora con umiltà nell’anonimato più sordo dei media nazionali senza essere parte di nessuna corrente all’interno della Magistratura Italiana (Magistratura Democratica o altro che sia…). Le critiche puntuali e tecniche che Nicola Gratteri fa al disegno di legge sulle Intercettazioni devono farci riflettere sull’operato della nostra classe politica, se intende lavorare per il bene nostro o delle mafie.
Questo lavoro vuole quindi accendere un faro per renderci liberi dall’ignoranza di questo fenomeno che si nutre di omertà ed indifferenza. Rappresenta un tentativo di presa di coscienza di fronte al quale siamo tutti responsabili: possiamo ignorare tutto questo per paura o unirci tutti con coraggio, dipende da noi e da quanto siamo disposti a spenderci. Questo è il messaggio che ho tratto dal libro del quale spero di aver fornito una modesta recensione. Vi rimando alla sua lettura.
Freedom Pentimalli

PS: qui vi allego l’ultima intervista relativa al libro da parte di un signore giornalista:
http://www.youtube.com/watch?v=9HdureszhAM
http://www.youtube.com/watch?v=JYcGnh85-bY&feature=related